Firma contro il lager in Manduria

venerdì 9 ottobre 2009

Lettera aperta di Graziella Bertozzo a Riccardo Gottardi - Arcigay

LETTERA APERTA A RICCARDO GOTTARDI
Segretario Nazionale di Arcigay

e p.c. a

Aurelio Mancuso, Francesca Polo, Alessio De Giorgi, Paola Brandolini, Lorenzo "Q" Griffi, Flavia Madaschi, Elisa Manici, Flavio Romani, Emiliano Zaino, Amelia Esposito, Armando Nanni, Andrea Benedino, Franco Grillini

Le vicende accadute nel nostro paese – e di riflesso nel mondo e nel movimento lgbtq – nel corso dell’ultimo periodo hanno modificato non solo la nostra realtà, ma prima ancora la nostra percezione della stessa. La violenza che si abbatte quotidianamente su di noi non è più interpretabile in termini di una fobia – o meglio di un pregiudizio - della diversità che si esprime attraverso insulti e sporadici attacchi fisici, ma come realizzazione di un progetto politico articolato su diversi piani e con strategie diversificate.
Una di queste strategie è indubbiamente il riuscito tentativo di spaccare al proprio interno tutti i movimenti sociali, e quindi anche quel movimento dentro al quale un tempo ci riconoscevamo in tante e tanti.
Non scrivo questa lettera aperta con l’intento di lanciare un appello ad una improbabile “unità”: se nuove alleanze stabiliremo sarà attraverso nuovi percorsi, non certo ripercorrendo vie che si sono dimostrate fallimentari.
Il mio scopo è piuttosto quello di ripulire il terreno da una questione che è stata spostata dal piano politico a quello giudiziario.
Come ben sai, quasi un anno e mezzo fa fui violentemente portata in questura dalle forze dell’ordine durante il Pride di Bologna, dove mi fu notificata una denuncia per resistenza e lesioni finalizzate alla resistenza. Non voglio rivangare sul perché di quell’intervento delle forze dell’ordine: mi limito a dire che dopo un anno tutto il procedimento è stato archiviato perché nulla di penalmente rilevante era accaduto, ma semplicemente avevo cercato di non farmi mettere le mani addosso da uno sconosciuto, senza usargli violenza, solo cercando di sottrarmi ai suoi spintoni.
Da molta parte del movimento furono lanciati appelli affinché l’associazione che rappresenti si facesse parte attiva nel cercare di risolvere la questione. Io mai chiesi alcunché, anche perché ben sapevo che – ormai – non potevate fare più niente: nel momento stesso in cui era stata coinvolta la polizia voi avevate perso ogni gestione della vicenda.
Ho sempre avuto fiducia sul fatto che il percorso giudiziario avrebbe potuto chiarire la vicenda, e le molte attestazioni di solidarietà, spesso anche concrete, mi hanno permesso di superare un momento davvero brutto.
Mi è stato raccontato che, quel giorno, mentre venivo brutalmente ammanettata, sul palco del Pride è successo un pandemonio: la vostra versione è stata che le/i mie/i compagne/i vi hanno assaliti. Non avete però detto che questo “assalto” generalizzato era per chiedervi di sapere dove fossi stata portata, per cercare di aiutarmi e non lasciarmi sola. A qualcuno hai detto di esserti preso due schiaffi da Elena Biagini (non solo mia compagna di percorso in Facciamo Breccia, ma per molti anni anche mia compagna di vita, e tutt’ora amica carissima). D’altra parte mi è stato raccontato che, mentre lei, molto spaventata per me, ti implorava, in un contesto di concitazione generale, di darle qualche notizia sul mio conto, tu le hai risposto solo che il mio arresto sarebbe stato giusto. Fatto sta che il giorno dopo ti sei premurato di querelare Elena per “minacce e percosse.”
Io querelai invece tutta una serie di persone (quelle in indirizzo) che avevano rilasciato - o diffuso come fatti certi - pubbliche dichiarazioni di dati falsi che potevano rendere difficoltosa la mia difesa.
Quelle querele stanno facendo il proprio corso giudiziario, ma nel momento in cui è stata riconosciuta la mia innocenza, per me non hanno senso: ripeto, il conflitto fu sul piano politico, e su quel piano vorrei che ritornasse.
C’è un unico motivo per cui non le ho ancora ritirate: la tua querela contro Elena Biagini.
Ritiriamo le querele che scaturiscono da quell'episodio… Te lo chiedo come atto politico.
In un paese dove la politica è sempre più ridotta ad una guerra giudiziaria a suon di querele, lanciamo un segnale: almeno fra chi dice di voler combattere una battaglia per libertà e diritti, ritorniamo su un terreno di civiltà. Continuiamo a non pensarla allo stesso modo su tante questioni, ma le aule giudiziarie non potranno dare la vittoria politica a nessuno, così come non lo ha potuto fare la polizia al Pride di Bologna nel 2008. Il nostro permanere su quel piano può solo indebolire ancor più la resistenza che quotidianamente dobbiamo opporre a chi vuole la nostra morte politica prima ancora che fisica.
Ti scrivo nella forma di “lettera aperta” appunto perché non si tratta di un fatto privato fra noi, ma di una vicenda politica e, per lo stesso motivo, gradirei da te una risposta in forma altrettanto pubblica, qualsiasi essa sia.

Bologna, 21 settembre 2009
Graziella Bertozzo


Facciamo seguito alla lettera di Graziella Bertozzo, che condividiamo pienamente, per aggiungere una ulteriore precisazione riguardo alle nostre querele nei confronti di un articolo diffamatorio verso antagonismogay apparso sul Corriere di Bologna a ridosso dei fatti del Pride.
In quel momento (in ogni momento) era fondamentale per noi respingere il tentativo di mostrare la nostra area politica come estremista e violenta, di delegittimare il nostro discorso politico e di aggravare la posizione di Graziella Bertozzo.
Siamo disponibili in qualsiasi momento a ritirare le querele e a tornare su un piano di dialettica politica.

Renato Busarello
Marco Geremia

mercoledì 30 settembre 2009

STRANABOLOGNA In strada per spezzare il filo nero della paura


STRANABOLOGNA
In strada per spezzare il filo nero della paura

Venerdì 2 ottobre 2009
Concentramento Piazza Castiglione – Ore 17


Non ti sembra strano che oggi si chiamino “emergenze” problemi che in realtà esistono da sempre, come ben sanno le donne, le lesbiche, i gay e i/le trans?

Non ti sembra strano che ci si accorga di questi problemi solo quando si vogliono giustificare pacchetti-sicurezza, controllo e repressione?

E non ti sembra strano che più si parla di sicurezza più i gruppi neofascisti e razzisti acquisiscano agibilità politica e più aumenti la violenza contro donne, lesbiche, gay, trans, migranti e ogni altro soggetto considerato “diverso”?

Non ti sembra strano che gli stessi che fomentano razzismo e discriminazione da un lato ti incitino alla paura e dall’altro ti “offrano” protezione?

Non ti sembra strano sentirti “più sicuro/a” in una città militarizzata e piena di polizia, vigili e vigilanti, divieti, sessismo e odio razzista?

Non ti sembra strano definire omofobia (fobia=paura) i feroci tentativi di imporre il dominio di UN pensiero, UN genere, UNA sessualità, UNA identità monolitica alla complessità di saperi, esperienze e desideri che attraversano le strade della nostra città?

SE HAI RISPOSTO SÌ AD ALMENO UNA DI QUESTE DOMANDE, sei stata/o scelta/o per partecipare alla STRANABOLOGNA: autodeterminazione, desideri, creatività, visibilità in strada per liberarci collettivamente – e senza nessuna delega – dalla violenza fascista, sessista, razzista e anti-omosessuale.

Ripartiamo dalle nostre strade per riallacciare il filo della memoria e della solidarietà e per spezzare – ciascuna/o con le proprie pratiche – il filo nero della violenza con cui fascisti, sessisti e razzisti (istituzionali e non) cercano di alimentare un clima di terrore.

Organizzano:
Facciamo Breccia Bologna, Antagonismogay, Fuoricampo Lesbian Group, MIT, Frangette estreme, Laboratorio Smascheramenti, Figliefemmine.

Con: Amazora, Xm 24, TPO, Vag61, Guai a chi ci tocca, UISP Emilia Romagna, Circolo Iqbal Masih, Aula C Autogestita Antifascista Scienze Politiche, Queering, Altra Città - Lista civica di donne, Cassero-Bologna, let's queer, laboratorio crash..

COMUNICATO STAMPA

STRANABOLOGNA: lesbiche, gay, trans, bi, queer etc/etero/a in strada per spezzare il filo nero della paura.

Venerdì 2 ottobre, ore 17.00 a partire da Porta Castiglione.

La seconda edizione di Stranabologna si colloca in uno strano momento di emergenza omofobia nel paese, rispetto al quale la comunità lesbica, gay, trans, bi, queer etc/etero/a bolognese
pone alla città alcune semplici domande:

Non ti sembra strano che oggi si chiamino emergenze problemi che in realtà esistono da sempre, come ben sanno le donne, le lesbiche, i gay e i/le trans?

Non ti sembra strano che ci si accorga di questi problemi solo quando si vogliono giustificare pacchetti-sicurezza, controllo e repressione?

E non ti sembra strano che più si parla di sicurezza, più i gruppi neofascisti e razzisti acquisiscano agibilità politica e più aumenti la violenza contro donne, lesbiche, gay, trans, migranti e ogni altro soggetto considerato diverso?

Non ti sembra strano che gli stessi che fomentano razzismo e discriminazione da un lato ti incitino alla paura e dall’altro ti offrano protezione?

Non ti sembra strano sentirti più sicuro/a in una città militarizzata e piena di polizia, vigili e vigilanti, divieti, sessismo e odio razzista?

Non ti sembra strano definire omofobia (fobia=paura) i feroci tentativi di imporre il dominio di UN pensiero, UN genere, UNA sessualità, UNA identità monolitica alla complessità di saperi, esperienze e desideri che attraversano le strade della nostra città?

SE HAI RISPOSTO SÌ AD ALMENO UNA DI QUESTE DOMANDE, sei stata/o scelta/o per partecipare alla STRANABOLOGNA: autodeterminazione, desideri, pratiche creative di cancellazione dell’immaginario fascista dalle nostre vite, visibilità frocia, lesbo e trans in strada per liberarci collettivamente e senza nessuna delega dalla violenza fascista, sessista, razzista e anti-omosessuale.

Non si tratta di una fiaccolata, né di una generica manifestazione contro le intolleranze: non potremmo tollerare al nostro fianco i nostri carnefici!
Ripartiamo dalle nostre strade per riallacciare il filo della memoria e della solidarietà, in un percorso che riconnetta i luoghi segnati da aggressioni di natura diversa (Giardini Margherita, via Castiglione, piazza della Mercanzia..) ma tutte connesse dal filo nero della violenza con cui fascisti, sessisti e razzisti (istituzionali e non, organizzati e non) cercano di alimentare un clima di terrore.

Organizzano:
Facciamo Breccia Bologna, Antagonismogay, Fuoricampo Lesbian Group, MIT, Frangette estreme, Laboratorio Smascheramenti, Figliefemmine.

Con: Amazora, Xm 24, TPO, Vag61, Guai a chi ci tocca, UISP Emilia Romagna, Circolo Iqbal Masih, Aula C Autogestita Antifascista Scienze Politiche, Queering, Altra Città - Lista civica di donne, Cassero-Bologna, let's queer, laboratorio Crash, Nulla Osta...

lunedì 21 settembre 2009

A PROPOSITO DELL’UCCISIONE DI SANAA

A PROPOSITO DELL’UCCISIONE DI SANAA - COMUNICATO DELLE DONNE IN NERO DI BOLOGNA

L’uccisione di Sanaa da parte del padre è prima di tutto un fatto gravissimo che ci colpisce tutte, native e migranti.
Ancora una volta una donna paga il diritto a scegliere sulla propria vita, così come pagano tutte le donne che vogliono porsi al di fuori delle regole della cultura patriarcale.
Non si tratta di una questione religiosa ma di tradizioni e di culture che giustificano la punizione delle donne in quanto il loro corpo è il depositario dell’identità, dell’onore della famiglia e della comunità. Tutto questo naturalmente accentuato dall’inevitabile conflitto generazionale.
Non dimentichiamo che la legge italiana sul delitto d’onore è stata eliminata solo nel 1981, quando già in Italia avevamo conquistato diritti molto avanzati (divorzio, aborto,consultori, addirittura il nuovo diritto di famiglia che stabilisce la parità tra donne e uomini, pari opportunità, ecc.), mancava solo quella legge a riprova non di una distrazione, ma di una tradizione e dei costumi molto resistenti in alcune zone del Paese, dove le donne erano costrette a sposare il proprio stupratore per risarcire l’onore del padre e della famiglia , finché una donna coraggiosa, Franca Viola, pose in discussione l’usanza e la rifiutò cambiando il corso della storia.
Crediamo che sia necessario continuare a lottare ogni giorno contro queste tradizioni patriarcali e nello stesso tempo contro il razzismo che si nasconde dietro l’idea di presidi contro il burqa da parte di gruppi di orientamento fascista e dietro le dichiarazioni della ministra per le Pari Opportunità anche se manifesta l’intenzione da parte del Governo di costituirsi parte civile.
Nello stesso momento in cui “si strappano le vesti” per questo delitto, dopo aver approvato una legge crudele sulla migrazione, finanziano un accordo con la Libia di Gheddafi che si ripercuote dolorosamente sui corpi e sulla vita delle donne migranti che nei campi di concentramento libici subiscono ogni sorta di violenza o trovano la morte in mare insieme ai loro compagni di sventura.
E’ quindi necessario stabilire relazioni sempre più intense e diffuse che ci permettano di confrontarci sulle nostre realtà e su come la convivenza possa essere positiva sia per le migranti che per la native.
Le donne agiscono con pratiche politiche diverse da quelle degli uomini ma contribuiscono più di loro alla costruzione di società e civiltà attraverso una politica delle relazioni che unisce invece di dividere, senza per questo oscurare le diversità, ma piuttosto facendone tesoro.
Un primo momento d’incontro sarà comunque mercoledì 23 settembre in piazza Nettuno alle ore 17 per la manifestazione contro i respingimenti promossa da Altra Città a cui abbiamo aderito come Donne in Nero

mercoledì 9 settembre 2009

Disertora americana lesbica chiede asilo in Canada

Una soldata lesbica che ha disertato dall'esercito americano dopo avere subito abusi e minacce ha chiesto asilo politico al Canada. Bethany Smith ha detto che i suoi commilitoni dell'unità di Fort Campbell, Ky, avevano scoperto il suo lesbismo dopo averla vista con un'altra donna.
Secondo CBC News, ha affermato di essere stata trattata in modo "meno che umano", picchiata e buttata a terra tutti i giorni. Smith, 19 anni, aveva cominciato anche a ricevere ogni sera mail di odio, e lettere che minacciavano di ucciderla.
Poiché i soldati gay e lesbiche devono dimettersi dopo aver ammesso la loro sessualità, Smith era andata dal suo sergente per congedarsi. Ma le è stato detto che la pratica di congedo sarebbe stata avviata al ritorno da una missione in Afghanistan. Il suo avvocato Jamie Liew sostiene che l'esercito ha ignorato la sua stessa politica di discriminazione perché è a corto di personale per l'Afghanistan. Ma Smith ha deciso di non partire e ha disertato, passando il confine con il Canada insieme ad un'altra soldata. E' stata aiutata dalll'organizzazione "War Resister Support Campaign" a stabilirsi a Ottawa e a trovare un lavoro, poi ha chiesto che le venga riconosciuto lo status di rifugiata. Liew afferma che se tornasse negli Usa non solo la sua vita sarebbe in pericolo, ma dovrebbe anche affrontare un processo militare per diserzione, assenza senza permesso e indecenza. Quest'ultima accusa proviene dalla clausola del "Don't Ask, Don't Tell", che rende un reato nell'esercito l'omosessualità e il lesbismo; come compromesso, il personale gay e lesbico deve tenere segreto il suo orientamento sessuale.
Il caso di Smith arriva pochi giorni dopo un altro episodio accaduto negli Stati Uniti: un marinaio gay è stato brutalizzato per due anni dopo aver rifiutato di avere rapporti sessuali con una prostituta. Si tratta dell'ufficiale di terza classe della marina Joseph Rocha, picchiato e violentato dai suoi compagni nella base militare di Bahrain. Quest'ultimo abuso è solo uno dei molti casi scoperti da una inchiesta della Marina; dopo la sua denuncia, Rocha è stato licenziato con disonore, proprio in virtù della clausola del "Don't Ask, Don't Tell".

http://www.pinknews.co.uk/news/articles/2005-13979.html



Omofobia? No grazie

Omofobia? No grazie
di Rosanna Fiocchetto

Anche a me la parola "omofobia" non piace; come ha fatto notare Celia Kitzinger, non è assolutamente paragonabile alle "fobie" irrazionali, tipo la paura dei ragni o quella dei piccoli spazi chiusi. Celia ha sottolineato che il ricorso ad una parola inventata (non a caso) da uno psicanalista maschio (George Weinberg, 1973) spiega "la nostra oppressione in termini di patologia individuale, invece di fare luce sul potere strutturale e istituzionale" e ci spinge a rinunciare alla denuncia dell'oppressione sistematica dei sistemi eteropatriarcali.
Ci è molto chiara la connessione tra sessismo e stupro; dovrebbe esserlo altrettanto quella tra eterosessismo e aggressioni violente (in una gamma che va dalle molestie allo sterminio). L'uso di una parola onnicomprensiva e insieme mitigante come "omofobia", ormai purtroppo diventato una convenzione, ci fa scambiare l'effetto per la causa. Motivare l'odio e la violenza con la paura, invece che con un atto di affermazione ed esercizio del "potere su", ci distoglie anche da una motivazione fondamentale come la conquista violenta o mediata del privilegio. Nel razzismo è più chiaro e pochi si sognerebbero di parlare di "etnofobia": c'è una storia di colonizzazione, depredazione, riduzione in schiavitù, linciaggi, con innegabili motivazioni economiche e di sfruttamento molto visibili e acclarate, che rende piuttosto ridicolo giustificarlo solo con la psicologia. Ma già nel rapporto tra razzismo e sessismo si cominciano a perdere dei "pezzi" del mosaico: l'oppressione delle donne, come nel caso di quella dei gay e delle lesbiche, è meno percepibile a causa della manipolazione di una cultura maschile dominante che nega e mistifica i suoi metodi di controllo della sessualità, del genere e del corpo.
Perciò, quando magari sono costretta ad usare la parola "omofobia" o "lesbofobia" per farmi capire e senza fare troppi giri di parole, visto che un'altra ancora non ne circola, mi sento quasi una Veronica Lario quando dice che Berlusconi va "curato" e "aiutato"...
Non nego che da parte di alcune persone ci possa essere una componente di paura verso il lesbismo o l'omosessualità, dato che la cultura eterosessista si dedica appunto - e attivamente - ad inculcare questa paura, arrivando fino al terrorismo. Ma questo tipo di paura pregiudiziale si supera abbastanza facilmente con l'esperienza e la conoscenza, è un fantasma trasformabile in realtà positiva. Ben altro è l'atteggiamento di chi si dedica sistematicamente a fare paura, ad individuare capri espiatori e a vessarli per imporre la propria pretesa superiorità materiale e morale, per contribuire ad una costruzione politica dittatoriale o al proprio potere personale. Questa è gente alla quale opporsi e da combattere, senza considerarli dei semplici "fobici", prima che in un modo o nell'altro (ad uno ad uno o in gruppo) ci facciano fuori o ci privino dei più elementari diritti umani. Come del resto stanno già facendo, a 360° : loro il senso delle connessioni multiple ce l'hanno, ben incorporato e strutturato.

Rosanna Fiocchetto

giovedì 16 luglio 2009

Lituania, passa legge omofobica

Il parlamento della Lituania ha definitivamente approvato una legge che vieta l'informazione sull'omosessualità nelle scuole, e nei media e luoghi pubblici accessibili ai minori. La legge si chiama "Legge sulla protezione dei minori contro l'effetto dannoso della pubblica informazione", include come fattore dannoso ciò che viene definito "la propaganda dell'omosessualità o bisessualità". Era stata già approvata dal parlamento, ma a giugno il presidente lituano Adamkus si era rifiutato di firmarla; il parlamento tuttavia ha il potere di superare il suo veto confermandola a grande maggioranza, e così ha fatto oggi con una votazione di 87 contro 6.
La legge dovrebbe così entrare in vigore dal primo marzo prossimo. La notizia è stata accolta con grande preoccupazione dagli attivisti per i diritti umani che si erano mobilitati per impedire l'approvazione della legge. Kim Manning-Cooper di Amnesty International ha detto: "Questo è un
giorno pessimo per i diritti lgbt in Lituania. Adottando questa legge profondamente omofobica, le autorità lituane hanno fatto un grande passo indietro. Questa legge è una chiara violazione della libertà di espressione e del diritto a non essere discriminati, e dovrebbe essere abolita subito"Ben Summerskill dell'associazione inglese "Stonewall" definisce l'approvazione "una tragedia", ricordando i danni sociali che fece nel Regno Unito una legge analoga, la famigerata "section 28" approvata sotto dal governo conservatore nel 1988, e poi fortunatamente abolita nel 2003.

Tratta da:
http://www.pinknews.co.uk/news/articles/2005-13242.html

mercoledì 24 giugno 2009

Libro di Nicoletta Poidimani - Difendere la “razza”. Identità razziale e politiche sessuali nel progetto imperiale di Mussolini

SABATO 27 GIUGNO ORE 15.00

In occasione dell'uscita del volume di Nicoletta Poidimani Difendere la “razza”.
Identità razziale e politiche sessuali nel progetto imperiale di Mussolini
(ed. Sensibili alle Foglie, 2009)
leggi > Indice
leggi > Premessa

Una riflessione sul riattivarsi odierno di nuovi stereotipi razzisti e sessisti a partire dalle analisi delle politiche sessuali e razziali applicate dal regime fascista nelle sue colonie africane
(a cura del Seminario itinerante antisessista e antirazzista)

Intervengono: Nicoletta Poidimani (autrice di Difendere la "razza"), Najat Achak (Coordinamento migranti Bologna), Kaha Mohamed Aden (scrittrice)


Introducono: Liliana Ellena e Vincenza Perilli


Al termine dell'incontro proiezione del documentario di Chiara Ronchini e Lucia Squeglia > GOOD MORNING ABISSINIA

CENTRO INTERCULTURALE ZONARELLI
via Sacco 14 - Bologna

Promuovono:
Ass. Sopra i ponti, Anpi Bolognina, Centro Zonarelli, Laboratorio femminista Kebedech Seyoum

mercoledì 3 giugno 2009

Concerto > Festa > Vota la sindaca! Chiusura campagna elettorale Altra Città


Concerto
5 GIUGNO 2009
dalle 21.00

GIARDINI
MARGHERITA
(PIAZZALE JACCHIA)


si avvicenderanno
sul palco per una jam session >


Valeria Vaglio
Bonnie's Band
Groove City and Friends
Special Guest: Irene Robbins





ALTRA CITTA'
vi invita alla chiusura della sua campagna elettorale
per GIUSEPPINA TEDDE sindaca di Bologna

il 6/7 giugno vota una donna!

...nella preferenza
per il consiglio comunale
scrivi

MASSA

sabato 9 maggio 2009

Taiwan, le donne sulla fecondazione assistita

A Taiwan, alla vigilia della giornata della madre, l'associazione di donne Awakening Foundation con sede a Taipei, per bocca della sua presidente Chen Chao-ju, ha chiesto al governo di eliminare le restrizioni alla fecondazione medicalmente assistita per le donne singole e per le lesbiche, allo scopo di garantire loro il diritto alla maternità. Chen Chao-ju ha anche sottolineato che le attuali restrizioni che negano l'accesso alle tecnologie di riproduzione assistita e l'adozione di bambini alle persone singole, alle lesbiche e agli omosessuali sono discriminatorie nei confronti di questi gruppi sociali, affermando: "Le famiglie formate da coppie eterosessuali legalmente sposate non sono l'unico tipo di famiglia idonea a allevare bambini. Anzi, in realtà, molte di queste coppie sposate sono genitori non qualificati". Chen ha aggiunto che la restrittività delle leggi vigenti a Taiwan ha costretto anche molte celebrità locali, come Pauline Lan e Pai Ping-ping, ad andare all'estero per diventare madri. All'appello della Awakening Foundation si è anche aggiunta l'associazione lesbica Taiwan LesHand, la cui vicepresidente Hsia-yi ha detto che molte donne della sua associazione aspirano alla maternità e hanno cercato di adottare bambini, ma le loro richieste sono state respinte dagli assistenti sociali e dai tribunali in ogni occasione, in quanto non fanno parte di un matrimonio eterosessuale.

domenica 5 aprile 2009

Giuseppina Tedde candidata sindaco "Mi hanno scelta le donne, sfido undici maschi"


"Mi hanno scelta le donne, sfido undici maschi"

Mi hanno scelta le donne, sfido undici maschi"
Una lista esclusivamente al femminile che punta, provocatoriamente, a "vincere al primo turno". "Amministriamo già in famiglia", dice la Tedde, "siamo pronte per guidare la città". I valori guida? "Laicità e antifascismo, senza compromessi"
di Francesco Saverio Intorcia


Giuseppina Tedde, perché ha scelto di candidarsi?
“Non ho deciso io: mi hanno scelto le donne di Bologna. E’ un progetto a cui lavoravamo da tempo: la maggior parte delle scelte politiche che ci riguardano arriva dagli uomini, nessuno ci chiede il nostro pensiero. Per questo abbiamo deciso di portare dentro alle istituzioni la nostra esperienza”.

Potere alle donne, insomma.
“Siamo abituate ad amministrare i bilanci familiari, possiamo amministrare anche quelli della città. Abbiamo il senso di responsabilità per gestire il denaro pubblico nell’interesse della collettività, con oculatezza e senza privilegi. La pubblica amministrazione non sempre ne è esente”.

Dovrà sfidare undici uomini, un’intera squadra di calcio. Si chiede perché lei è l’unica donna?
“Chiedetelo agli altri. Vi sembra normale che solo i maschi si candidino a rappresentare una società intera? I tempi sono maturi per una candidatura femminile, possiamo fare da noi. Abbiamo rotto un tabù, è già una vittoria”.

Scusi, ma le istanze rosa non sono portate adeguatamente da Pdl e Pd?
“Non avendo mai militato in questi due partiti, non giudico. Di sicuro i dodici candidati confermano il fallimento del modello bipartitico. Non tutto può risolversi all’interno di due entità. Restano fuori troppe cose. E la questione femminile è fra queste”.

Quanti voti pensa di prendere?
“Non ci siamo posti il problema. Era fondamentale dire che le donne in questa città ci sono, nonostante la forte emarginazione: esistiamo, è già una vittoria. Poi, in concreto, ci conteremo il 6 e il 7 giugno”.

E al ballottaggio chi appoggerete?
“Vinceremo al primo turno”.

Lo dicono tutti. Ma la corsa è a tre: Delbono, Guazzaloca, Cazzola.
“I media tendono a cancellare i candidati che considerano minori. E’ un problema democratico che riguarda non solo Bologna ma tutto il Paese. Non viene garantita l’autonomia dei giornalisti, spesso costretti ad agire in un certo modo per mantenere il posto di lavoro. L’attacco alla democrazia parte anche da certi silenzi”.


Ha già pronta la lista? Dà per scontato di raccogliere le firme necessarie?
“E’ pronta e sicuramente sarà presentata. Ci sono 46 donne, tante altre sono rimaste fuori. Sono precarie, insegnanti, assistenti sanitarie, libere professioniste, docenti universitarie in pensione. Si va da ragazze molto giovani a donne di una certa età, a conferma di un legame profondo e radicato della questione donna sul territorio bolognese”.

Per Rifondazione Comunista siete una riserva indiana.
“Non siamo una riserva, parliamo ad una città intera. Al tavolo di lavoro che sviluppa il programma si siedono anche molti uomini, che ci sostengono senza candidarsi. Ci dicono: andate avanti voi, avete competenza e capacità”.

A proposito di Rifondazione, cosa farà alla fine?
“Non lo so, ci sono autorevoli esponenti del partito, bisognerà chiederlo a loro. Io non ho rinnovato neanche la tessera, sono uscita dal Prc dopo 14 anni vissuti comunque intensamente e che rivendico pienamente, anche se ora è una storia chiusa”.

Si è sentita scaricata dal partito quando si è dimessa da assessore?
“Mi sono subito assunta le mie responsabilità per le dimissioni, che non erano concordate. E’ stata una scelta fatta in autonomia, per tutelare la dignità politica e personale. Ho ripreso il mio lavoro all’Ausl e il mio percorso politico, fuori da Rifondazione. In quel momento dissi che avrei continuato a lavorare per le donne. Ho mantenuto la promessa”.

Ora corre da sola, ma fino a pochi mesi fa lei era in giunta con la Draghetti. C’era una volta l’Unione.
“Non rinnego nulla dei quattro anni da assessore provinciale. Ho capito molte cose, dall’interno. E’ venuta meno l’autonomia istituzionale, quando la presidente, capo di una coalizione e di una giunta, ha sottoscritto un comunicato politico insieme al suo segretario di partito. Ognuno di noi aveva la sua appartenenza, ma l’aveva sempre lasciata da parte. Le istituzioni vengono prima. Per me”.

E ora Tedde dove si colloca?
“Non mi colloco io. Siamo noi che ci collochiamo in un’area che non può abdicare alla laicità e all’antifascismo. Non nasciamo oggi, ma abbiamo tutte percorsi che vengono da lontano, soprattutto nella difesa delle donne”.


Lei e Monteventi: candidati di sinistra ma con liste civiche. E se uniste le forze?
“Noi abbiamo la nostra lista”.

Mettiamo che glielo propongano.
“Abbiamo la lista, la nostra”.

Dicono abbiate discusso se inserire o meno la parola “lesbiche” sul simbolo.
“Boutade giornalistica. Mai discusso per questo”.

Non teme di essere travolta dal voto utile, com’è successo all’Arcobaleno?
“Stavolta il discorso non funziona. Ci sono tante liste, le coalizioni devono interrogarsi sul perché. Gli accordi al tavolo non danno risultato, bisogna riscoprire le pratiche politiche”.

Di nuovo: appoggerà Delbono al secondo turno?
“Andiamo al primo turno e vinciamo. Al secondo, semmai, ne riparleremo”.


http://www.lastefani.it/settimanale/article.php?directory=090402&block=1&id=2


mercoledì 1 aprile 2009

ALTRA CITTA' Lista Civica di Donne - Una sindaca a Bologna

martedì 10 marzo 2009

Bimba di 9 anni stuprata abortisce,l'arcivescovo scomunica i medici

Ovviamente la Chiesa, misogina, sessista e incubatrice di pedofili, non scomunica il padre stupratore!! La bambina? Per loro è solo un contenitore!!

In Brasile la madre di una bambina di 9 anni, stuprata in casa dal patrigno e incinta di due gemelli, dopo avere autorizzato l'aborto della figlia è stata scomunicata dall'arcivescovo cattolico José Cardoso Sobrinho, insieme al personale dell' ospedale di Pernambuco che lo ha praticato. La bambina da tre anni veniva violentata dal patrigno Jailton José Da Silva, insieme alla sua sorella maggiore di 14 anni, minorata mentale. La legge brasiliana permette l'aborto in caso di stupro o se la madre è in pericolo di vita.
Quando la piccola è rimasta incinta di due gemelli (pesa 36 chili, è alta 1 metro e 36), rientrando in entrambe le situazioni, i sanitari - la bambina era arrivata all'ospedale lamentando forti dolori al ventre, e l'ecografia che le era stata fatta aveva rivelato una gravidanza di quattro mesi - sono
intervenuti con farmaci che inducono l'aborto, come è legale in Brasile da 16 anni, dopo aver avuto l'autorizzazione della madre. Il giorno seguente è arrivata la scomunica dell'arcivescovo, che ha anche affermato: "La legge di Dio è superiore alla legge degli uomini. Quando una legge promulgata dai legislatori umani va contro la legge di Dio, perde ogni valore".
José Cardoso Sobrinho, arcivescovo di Olinda e Recife, 76 anni, docente di diritto canonico, fa parte dell'ala più conservatrice della chiesa cattolica latinoamericana. E' uno dei protagonisti dello scontro tra governo Lula e chiesa cattolica brasiliana, un conflitto inasprito dalla visita di Ratzinger nel 2007. Non ha avuto parole di condanna nei confronti del padre stupratore, che dopo essere stato arrestato si è difeso dichiarando che "è stata lei a prendere l'iniziativa". L'arcivescovo ha detto che non lo ha scomunicato per un preciso motivo: "Il suo peccato è abominevole ma non è compreso nella scomunica. Esistono tanti altri peccati gravi ma il più grave è l'aborto, l'eliminazione di una vita innocente".
La conferenza episcopale brasiliana ha organizzato una massiccia campagna contro l'aborto, creando una "lobby" parlamentare che sostiene una legge contro l'aborto anche in caso di stupro, e che vuole negare alle donne che hanno abortito dopo uno stupro assistenza medica pubblica e gratuita.

La Guyana perseguita le persone transgender.

Human Rights Watch, il Caribbean Forum for Liberation of Genders and Sexualities, Global Rights, la Guyana Rainbow Foundation, l' International Gay and Lesbian Human Rights
Commission, e la Society Against Sexual Orientation Discrimination hanno mandato una lettera congiunta al presidente della Guyana, Bharrat Jagdeo, chiedendo che il governo smetta di perseguitare le persone transgender.
L'ultimo episodio di persecuzione, avvenuto a febbraio, sono sette arresti a Georgetown, la capitale, effettuati per violazione della legge che criminalizza "gli uomini che si vestono da donna e le donne che si vestono da uomini". Le persone detenute sono state fatte spogliare e fotografate,
sottoposte ad abusi e a una perquisizione intima e poi fatte rivestire con gli abiti "giusti". Sono state tenute in isolamento, maltrattate e insultate, e non è stato permesso loro di parlare con un avvocato sino al processo.
Le associazioni per i diritti umani chiedono l'abolizione della legge 153 che criminalizza le persone che non si conformano nell'abbigliamento alle norme di genere, "una vecchia legge usata per violare le libertà fondamentali", e delle varie altre leggi che nella Guyana perseguitano ferocemente le persone lgbt. Fra queste, l'articolo 351 del codice penale, che punisce gli "atti indecenti" con pene fino a due anni di prigione; l'articolo 352 che criminalizza ogni "tentativo di commettere offese innaturali" con 10 anni di carcere; l'articolo 353, che condanna la prigione
a vita per "chiunque commetta sodomia".

lunedì 2 marzo 2009

Sarah Waters, "The Little Stranger"

Esce il 30 aprile il nuovo libro di Sarah Waters, "The Little Stranger", il quinto dopo la sua "trilogia vittoriana" ("Carezze di velluto", "Ladra", "Affinità) e dopo "Turno di notte". E' ambientato negli anni Quaranta, nella provincia rurale del Warwickshire. Il personaggio che dà inizio alla trama è un medico di campagna, il Dr. Faraday, chiamato per una visita a Hundreds Hall, una grande e decadente dimora vittoriana della famiglia Ayres che sembra posseduta dagli spettri del passato. Fra thrilling e gost story, l'intreccio "di atmosfera" riserva molte sorprese. Nessun personaggio lesbico in questo romanzo, come aveva anticipato la stessa Sarah Waters in una intervista al Times, dicendo che questa assenza - inedita nei suoi romanzi - dipende "solo dal modo in cui la storia è venuta fuori", promettendo però che nel suo prossimo libro tornerà alla tematica lesbica.

La suora indiana che fa tremare il Vaticano

La influente chiesa cattolica di Kerala, in India, è travolta da uno scandalo dopo l'altro. Dopo il recente arresto di una suora e di due preti per la morte di una monaca, Abhaya, definita "un caso infame", e dopo lo scandalo di un prete che ha "adottato" una ragazza di 26 anni a scopo di sfruttamento sessuale, l'autobiografia di Sorella Jesme è diventata un caso nazionale e sta vendendo migliaia di copie, mentre la chiesa tace imbarazzata. Nelle sue memorie, intitolate "Amen", Jesme, 52 anni, parla di abusi sessuali, corruzione e lotte di potere dentro e fuori i conventi in cui ha vissuto per oltre 30 anni. Insegnante di inglese e preside del collegio religioso di St Mary a Thrissur, Jesme ha lasciato la congregazione delle carmelitane nel 2008 dopo anni di "sofferenze e di lotte", proseguendo fuori dalle mura del convento la sua vita religiosa ('sanayas'). Scrivere questo libro per lei è stato "aprire una finestra per permettere alla luce di entrare nelle silenziose sofferenze di centinaia di donne". Dice: "Volevo una via di uscita dalle esperienze dal mio trauma. La società ha il diritto di sapere che cosa accade alle Sorelle. Solo una donna su mille denuncia le molestie che subisce: pensate alle suore, nessuna dice a voce alta la verità". Jesme si è trovata di fronte ad una durissima realtà sin da quando era novizia, e durante tutti i suoi studi. Poco tempo dopo il suo ingresso nel convento, un prete incaricato di guidare spiritualmente durante un ritiro fece proposte sessuali a due novizie. Quando Jesme affrontò il sacerdote chiedendo spiegazioni, le fu risposto di "sottomettersi alla disciplina che ci si aspetta da una suora". La sua autobiografia, "dedicata a Gesù", esplicita nei dettagli le "regole" dell'ordine religioso, fatto di repressione sessuale e insieme di molestie, e i suoi inutili tentativi di opporvisi, rivelando che per due volte le autorità religiose hanno cercato di attribuirle "problemi mentali" e di chiuderla in un centro di "riabilitazione". Jesme denuncia che i sacerdoti cercano di reprimere severamente gli eventuali rapporti lesbici tra le suore (tollerati in alcuni conventi dalle superiore solo come antidoto alle gravidanze), imponendo alle novizie di troncare ogni contatto con le loro compagne che dimostrano "un insolito interesse reciproco", mentre gli abusi da parte dei preti sono la normalità. Jesme stessa, durante un soggiorno di studi a Bangalore, venne affidata a un sacerdote descritto come "pio", e racconta: "Quando arrivai a Bangalore, il prete mi stava aspettando alla stazione. Mi abbracciò e mi portò nel suo presbiterio. Dopo colazione, mi condusse al Lalbagh, un parco botanico, e mi indicò varie coppie che amoreggiavano dietro agli alberi, facendomi un sermone sulla necessità dell'amore fisico e descrivendo gli affari illeciti che alcuni vescovi e preti avevano".